Generare porte aperte

Il coraggio di non avere paura
Generare porte aperte
“Non abbiate paura, aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo!” Era il 22 Ottobre 1978, quando San Giovanni Paolo II, nell’omelia di inizio del suo pontificato pronunciava queste parole. Ci sono parole che attraversano il tempo e continuano a bussare alla porta del nostro cuore. Sono trascorsi quasi cinquant’anni, ma sembra che ancora oggi queste parole siano rivolte a ciascuno di noi: “Non abbiate paura!” E forse è proprio questo il coraggio di cui abbiamo più bisogno: non quello di chi non prova paura, ma quello di chi sceglie di non lasciare che la paura abbia l’ultima parola. La paura, infatti, spesso ci fa chiudere le porte. Ci porta a proteggerci, a costruire distanze, a difendere ciò che è nostro. Ci fa guardare l’altro con diffidenza, il diverso come una minaccia, il dolore come qualcosa da evitare. E così, lentamente, le porte del nostro cuore diventano sempre più strette, le comunità sempre più ripiegate su se stesse e i quartieri luoghi nei quali si vive accanto agli altri senza necessariamente vivere CON gli altri. Eppure il Vangelo ci chiede un’altra strada. Aprire le porte. Aprire le porte del nostro cuore permette a Dio di entrare nelle nostre fragilità, nelle nostre domande, nelle nostre paure. Significa lasciarci raggiungere dalla sua Parola e riconoscere che non siamo chiamati a essere persone senza ferite, ma persone capaci di affidarle a Lui. Aprire le porte della nostra comunità parrocchiale significa fare della Chiesa una casa realmente abitabile- Una casa con le porte aperte, dove nessuno debba sentirsi estraneo, dove ci sia spazio per tutti e ciascuno: per chi è lontano, per chi attraversa un momento difficile. Una comunità non può essere soltanto un luogo in cui entra chi già appartiene: deve diventare una porta attraverso la quale qualcuno possa sentirsi accolto. Infine, poi, ci sono le porte del nostro quartiere. Porte che spesso conosciamo solo dall’esterno. Dietro ognuna di esse c’è una storia, una famiglia, una solitudine, una speranza, una ferita. Aprirle significa tornare ed abitare le strade, le piazze. Accorgerci di chi vive accanto a noi, non voltare lo sguardo davanti alle situazioni che ci interrogano. La fede diventa autentica quando esce, quando incontra, quando si sporca le mani nella realtà. Quando ci insegna a domandarci non soltanto: “Chi sono io?”, ma anche: “Chi è mio fratello? E io sono disposto a custodirlo?” È la domanda che attraverso la storia di Caino e Abele: “Sono forse io il custode di mio fratello?” È questa la domanda, che ha fatto da filo conduttore durante la veglia itinerante, organizzata durante la festa dei Santi Angeli Custodi e preparata dai giovani del MSAC (Movimento Studenti di Azione Cattolica), lo scorso 01 Ottobre. Allora, questa domanda non appartiene soltanto al passato. È una domanda per noi. Per le nostre comunità. Per le nostre famiglie. Per le nostre strade. Per i nostri giovani. Essere custodi significa scegliere di non essere indifferenti. Significa avere il coraggio di accorgersi. Di ascoltare. Di fermarsi. Di tendere una mano. Significa comprendere che la vita dell’altro, anche quando non ci riguarda direttamente, ci riguarda sempre. E allora il coraggio di non avere paura diventa il coraggio di aprire. Aprire una porta può sembrare un gesto semplice, quasi quotidiano. Eppure ogni porta aperta dice qualcosa: puoi entrare, qui c’è spazio per te. Ogni porta aperta rompe una distanza. Crea un incontro. Genera una possibilità. Forse è proprio questo che siamo chiamati a fare: generare porte aperte. Porte che non separano, ma collegano. Porte che non giudicano, ma accolgono. Porte che non si chiudono ma che permettono di andare incontro agli altri.
Pubblicato il: 07/10/2026
Carlo Petrignani